Il “Caso Galileo”: Alcune Considerazioni.

P. Rafael Pascual, L.C.

Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”

 

 

Introduzione

 

Il 10 novembre 1979, in un discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze tenuto in occasione del centenario della nascita di Albert Einstein, Giovanni Paolo II fece un importante riferimento al Caso Galileo, riconoscendo che Galileo Galilei “ebbe molto a soffrire – non possiamo nasconderlo – da parte di uomini ed organismi della Chiesa".

Nella stessa occasione, il Papa espresse il desiderio che fosse compiuto uno studio approfondito del “Caso Galileo” da parte di un gruppo di teologi, scienziati e storici, perché “nel leale riconoscimento dei torti, da qualunque parte provengano, rimuovano le diffidenze che quel caso tuttora frappone, nella mente di molti, alla fruttuosa concordia tra scienza e fede, tra Chiesa e mondo”[1].

Questa considerazione era stata in precedenza formulata anche dal Concilio Vaticano II, nella Costituzione Pastorale Gaudium et Spes, n° 36:

      “Ci sia concesso di deplorare certi atteggiamenti mentali, che talvolta non mancano nemmeno tra cristiani, derivati dal non avere sufficientemente percepito la legittima autonomia della scienza, e che, suscitando contese e controversie, trascinarono molti spiriti a tal punto da ritenere che scienza e fede si oppongano tra loro”.

Il riferimento era implicito, ma rafforzato dalla nota a piè di pagina in cui si citava il libro di Mons. Pio Paschini, Vita e opere di Galileo Galilei (2 vol.), Pontificia Accademia delle Scienze, Città del Vaticano, 1964.

In risposta al desiderio del Papa, si costituì due anni dopo una commissione, diretta dal Card. Poupard e organizzata in quattro gruppi di lavoro (esegetico-culturale, scientifico-epistemologico, storico e giuridico).

La commissione presentò le sue conclusioni dopo undici anni di lavoro, il 31 ottobre 1992, in occasione di una nuova riunione plenaria alla Pontificia Accademia delle scienze, tenutasi nel 350° anniversario della morte di Galileo.

Ancora una volta il Papa colse l’occasione per pronunciare un importante discorso sul caso Galileo, tracciandone un bilancio.

 

1. La rilevanza del Caso Galileo.

 

La vicenda di Galileo è paradigmatica dell’apparente conflitto tra scienza e fede tanto per gli elementi che entrarono in gioco, quanto per la risonanza che il caso ebbe nella storia successiva.

      “A partire dal secolo dei lumi fino ai nostri giorni, il caso Galileo ha costituito una sorta di mito, nel quale l’immagine degli avvenimenti che ci si era costruita era abbastanza lontana dalla realtà. In tale prospettiva, il caso Galileo era il simbolo del preteso rifiuto, da parte della Chiesa, del progresso scientifico, oppure dell’oscurantismo ‘dogmatico’ opposto alla libera ricerca della verità. Questo mito ha giocato un ruolo culturale considerevole; esso ha contribuito ad ancorare parecchi uomini di scienza in buona fede all’idea che ci fosse incompatibilità tra lo spirito della scienza e la sua etica di ricerca, da un lato, e la fede cristiana, dall’altro. Una tragica reciproca in­comprensione è stata interpretata come il riflesso di una opposizione costitutiva tra scienza e fede”[2]

 

2. Cronologia dei fatti.

 

1543: Viene pubblicato, postumo, il libro De revolutionibus orbium coelestium di Niccolò Copernico.

1564: Galileo Galilei nasce a Pisa.

1574: Galileo si trasferisce a Firenze.

1581: Galileo inizia a Pisa gli studi di Medicina, secondo il desiderio del padre; nel 1585 però interrompe gli studi e, tornato a Firenze, si dedica alla Matematica.

1589: A Galileo viene conferita la cattedra di Matematica a Pisa.

1592: Galileo ottiene la cattedra di Matematica a Padova.

1597: In una lettera a Kepler, Galileo dichiara di essere da tempo copernicano.

1609: Galileo costruisce il telescopio e compie le prime scoperte.

1610: Continuano le osservazioni astronomiche: vengono scoperti i satelliti di Giove e i rilievi della luna. Nello stesso anno Galileo pubblica il Sidereus Nuncius col quale rende noti i risultati delle sue ricerche, suscitando ammirazione e interesse ed assicurandosi la celebrità. Tornato a Firenze, è nominato Matematico e Filosofo primario di Cosimo II de’ Medici, granduca di Toscana. Nel giro di qualche tempo scopre anche le macchie solari, le diverse configurazioni degli anelli di Saturno e le fasi di Venere.

1611: Galileo è a Roma per presentare le sue scoperte. Federico Cesi lo nomina membro dell’Accademia dei Lincei, da lui fondata.

1613: Lettera di Galileo a B. Castelli, benedettino, sull’interpretazione della Bibbia e i rapporti fra scienza e Sacra Scrittura.

1615: Lettera di Galileo a Cristina di Lorena, a proposito dello stesso argomento. Deposizione contro Galileo da parte del domenicano Caccini. Lettera del carmelitano Paolo Antonio Foscarini in difesa della teoria copernicana e della sua compatibilità con la Bibbia. Lettera del Card. Bellarmino al P. Foscarini, con la proposta di parlare “ex suppositione” fino a quando non abbia prove dimostrative concludenti. Il domenicano Nicola Lorini denuncia Galileo al Sant’Uffizio. Galileo va a Roma per cercare di evitare una condanna del copernicanesimo. Lettera di Galileo a Cristina di Lorena.

1616: Si proibiscono gli scritti di Copernico “donec corrigantur”. Il Cardinal Bellarmino chiede a Galileo di rifiutare la teoria copernicana. Galileo non cede; il commissario dell’Inquisizione gli da precetto formale di non sostenere, insegnare o difendere l’opinione condannata, pena il processo.

1621: Muore il Cardinal Bellarmino.

1623: Maffeo Barberini è eletto Papa e prende il nome di Urbano VIII.

1624: Urbano VIII riceve Galileo in più occasioni, ma l’astronomo non riesce nel suo intento di far revocare la sentenza del 1616 contro l’eliocentrismo. Galileo comincia a scrivere il “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo”.

1630: Galileo finisce il Dialogo e intraprende i passi per ottenere l’imprimatur.

1631: Galileo ottiene l’imprimatur a Firenze. L’opera è data alle stampe agli inizi del 1632, ma appena giunta a Roma viene messa sotto sequestro.

1632: Galileo viene richiamato dal Sant’Uffizio.

1633: Si apre il processo a Galileo. Al tribunale dell’Inquisizione l’astronomo nega di aver difeso il sistema copernicano. Viene dichiarato in sospetto di eresia. Il 22 giugno il processo si conclude: Galileo deve fare abiura solenne dell’eliocentrismo e gli viene proibito di difendere la dottrina copernicana, pena la recidività. Il suo libro viene messo all’Indice; viene condannato al carcere e a pregare settimanalmente, per tre anni, i sette salmi penitenziali. Galileo legge la formula di abiura, da lui sottoscritta. La pena carceraria viene commutata in “arresti domiciliari”, prima nell’ambasciata del Granduca di Toscana, poi nella residenza dell’arcivescovo Ascanio Piccolomini, a Siena; infine, nella sua villa di Arcetri, presso Firenze.

1642: Galileo Galilei muore ad Arcetri all’età di 77 anni.

1687: Isaac Newton pubblica i Philosophiae naturalis principia matematica; secondo la legge della gravitazione universale risulterebbe impossibile che sia il sole a girare intorno alla terra.

1725: Bradley dimostra il movimento di traslazione della terra in base al fenomeno astronomico dell’aberrazione della luce stellare (è la prima prova sperimentale, astronomica, della rivoluzione terrestre)

1755: Il divieto di insegnare la realtà del movimento terrestre è abolito.

1820: Si concede l’imprimatur all’opera del canonico Settele, nella quale si sostiene il sistema copernicano.

1835: Il libro di Copernico viene ritirato dall’ Indice dei libri proibiti.

1837: Bessel offre un’altra prova astronomica della rivoluzione terrestre attraverso la misura della parallasse stellare.

1851: L. Foucault offre la prima prova meccanica della rotazione terrestre con il famoso esperimento del pendolo nel Pantheon di Parigi.

 

3. Valutazione critica del “Caso Galileo”

 

A titolo di premessa, bisogna dire che non può esserci una vera contraddizione tra la scienza e la fede, giacché “la verità non può contraddire la verità”[3], “perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio[4]

Lo stesso Galilei richiama a questo principio:

      “Procedendo di pari dal Verbo divino la Scrittura Sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e questa come osservantissima esecutrice de gli ordini di Dio (...) pare che quello de gli effetti naturali che o la sensata esperienza ci pone innanzi a gli occhi o le necessarie dimostrazioni ci concludono, non debba in conto alcuno esser revocato in dubbio per luoghi della Scrittura ch'avesser nelle parole diverso sembiante, poi che non ogni detto della Scrittura è legato a obblighi così severi com'ogni effetto di natura”[5]

Come ricordava il Papa nel suo discorso del 31 ottobre 1992, anche il Cardinal Bellarmino era d’accordo con questo principio, quando affermava che “davanti ad eventuali prove scientifiche dell'orbita della terra intorno al sole, si dovesse ‘andar con molta considerazione in esplicare le Scritture che paiono contrarie’ alla mobiltà della terra e ‘più tosto dire che non l'intendiamo, che dire che sia falso quello che si dimostra’[6]

Come anche ricordato dal Papa in quella stessa occasione, già molti secoli prima si era espresso in questo senso anche Sant’Agostino:

      “Se ad una ragione evidentissima e sicura si cercasse di contrapporre l'autorità delle Sacre Scritture, chi fa questo non comprende e oppone alla verità non il senso genuino delle Scritture, che non è riuscito a penetrare, ma il proprio pensiero, vale a dire non ciò che ha trovato nelle Scritture, ma ciò che ha trovato in se stesso, come se fosse in esse[7]

In conseguenza, quando sembri che esiste un conflitto tra quanto dice la scienza e quanto dice la fede, bisogna fare attenzione per discernere:

-         Se si tratti di una autentica verità scientifica o di una semplice ipotesi.

-         Se si sia interpretata giustamente la verità rivelata.

Come affermava Leone XIII nell’enciclica Providentissimus Deus (1893):

      “Nessun vero contrasto potrà interporsi tra il teologo e il fisico, finché entrambi si man­terran­no nei loro confini, evitando (in ossequio al monito di S. Agostino) ‘di fare affermazioni a vanvera e di dare per certo l’incerto’. Se poi dissentiranno, lo stesso Agostino detta in sintesi la regola di comportamento per il teologo:Tutto ciò che i fisici potranno dimostrare con documenti certi, dovremo provare che non è contrario alle nostre Lettere; qualunque cosa, poi, presentassero nei loro scritti contrario alle nostre Lettere, cioè alla fede cattolica, o noi dimostriamo con qualche argomento che esso è falso, oppure senza alcuna esitazione lo dichiariamo falsissimo’”[8]

Per questo, dopo il Caso Galileo, la Chiesa ha cercato di essere molto prudente, per evitare di ripetere gli errori allora commessi, a danno della sua credibilità.

In questo senso, sia S. Agostino, sia S. Tommaso d’Aquino mettevano in guardia di fronte al pericolo di giudizi precipitosi di fronte a certe teorie scientifiche, che potrebbero esporre la Chiesa alla derisione degli increduli.

      Che il mondo ha avuto inizio è cosa da credersi, ma non oggetto di dimostrazione o di scienza. E questa è una cosa che bisogna tener presente, perché qualcuno, presumen­do di dimostrare ciò che è soltanto di fede, non abbia da portare argomenti che non provano, e offrire così materia di derisione a coloro che non credono, facendo loro supporre che da noi si credano le cose di fede per argomenti di questo genere”[9].

      “Molti di questi articoli non appartengono alla dottrina della fede, ma piuttosto ai dogmi dei filosofi. L’affermare o negare qualcosa che non appartiene alla dottrina della fede come se appartenesse alla Sacra Dottrina provoca un grande danno. Dice sant’Agostino nel quinto libro delle Confessioni, c. V:quando sento da qualche cristiano queste cose (cioè, quello che dissero i filosofi sul cielo e le stelle, o sui movimenti del sole e della luna), essendo ignorante, o confondendo una cosa con l’altra, vedo con pazienza quest’uomo opinante; non vedo che le possa nuocere ignorare la posizione e la disposizione delle creature corporali, mentre no creda qualcosa indegna di te, Signore, Creatore di tutti noi; gli nocerebbe invece pensare che tali cose appartengano alla dottrina della fede, e si ardisca di sostenere con una maggiore ostinazione quello che ignora’.

      Perché questo sia dannoso lo spiega Agostino nel primo libro del Super Genesim ad litteram, cap. 19: ‘È estremamente imprudente e pericoloso, e bisogna evitare il più possibile, che qualche infedele senta un cristiano sbandare in queste cose come se parlasse delle dottrine cristiane, in modo che, come si suol dire, vedendolo così tanto sbagliato, sembri che a malapena sia possibile trattenersi dal ridere. E non è così tanto dannoso vedere che un uomo si sbagli, ma piuttosto credere da parte di quelli che sono fuori che i nostri dottori pensino cose simili, e siano così rimproverati e rifiutati come indotti, con gran danno di quelli della cui salvezza dei quali ci curiamo’.

      Mi sembra una condotta più sicura, circa le opinioni comuni dei filosofi non con­tras­tanti con la nostra fede, non asseverarle come dogma di fede, sebbene talvolta siano proposte sotto il nome dei filosofi ma neppure negarle come contrarie alla fede, per non offrire ai sapienti di questo mondo l'occasione di disprezzare la dottrina della fede”[10].

San Tommaso aveva peraltro già affermato il carattere meramente ipotetico del sistema tolemaico, lasciando aperta la possibilità di spiegare i fenomeni (le ‘apparenze’) in altro modo:

      “In astronomia si offre la spiegazione delle orbite eccentriche e degli epicicli perché, da questa presupposizione, si possano salvare le apparenze sensibili sui movimenti celesti; ma questa spiegazione non è sufficientemente dimostrativa, giacché, forse partendo da un’altra presupposizione, si possono anche salvare i fenomeni”[11]

Così dunque, nel Caso Galileo,  l’errore non si trovava nelle Scritture, ma nell’interpretazione erronea di queste da parte di alcuni teologi di quell’epoca. In questo senso, aveva ragione Galileo nel sostenere che: “se bene la Scrittura non può errare, potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno de’ suoi interpreti ed espositori, in varii modi”[12]

D’altra parte, Galileo aveva anche ragione nel difendere una legittima autonomia delle scienze naturali, della quale si parla sia nella GS n°36, sia nell’enciclica Fides et Ratio.

Al riguardo, è significativo il riferimento di Galilei (peraltro citato anche da Giovanni Paolo II nel suo discorso), di quella sentenza attribuita al Card. Baronio: «Spiritui Sancto mentem fuisse nos docere quomodo ad coelum eatur, non quomodo coelum gradiatur». Il Papa commenta così il testo:

      “In realtà, la Scrittura non si occupa dei dettagli del mondo fisico, la cui conoscenza è affidata all'esperienza e ai ragionamenti umani. Esistono due campi del sapere, quello che ha la sua fonte nella Rivelazione e quello che la ragione può scoprire con le sole sue forze. A quest'ultimo appartengono le scienze sperimentali e la filosofia. La distinzione tra i due campi del sapere non deve essere intesa come una opposizione. I due settori non sono del tutto estranei l'uno all'altro, ma hanno punti di incontro. Le metodologie proprie di ciascuno permettono di mettere in evidenza aspetti diversi della realtà”.

Galileo Galilei si esprimeva in modo simile nella sua Lettera al P. Benedetto Castelli:

      “Io crederei che l'autorità delle Sacre Lettere avesse avuto solamente la mira a persuader a gli uomini quegli articoli e proposizioni, che, sendo necessarie per la salute loro e superando ogni umano discorso, non potevano per altra scienza né per altro mezzo farcisi credibili, che per la bocca dell'istesso Spirito Santo. Ma che quel medesimo Dio che ci ha dotati di sensi, di discorso e d'intelletto, abbia voluto, posponendo l'uso di questi, darci con altro mezzo le notizie che per quelli possiamo conseguire, non penso che sia necessario il crederlo, e massime in quelle scienze delle quali una minima particella e in conclusioni divise se ne legge nella Scrittura; qual appunto è l'astronomia, di cui ve n'è così piccola parte, che non vi si trovano né pur nominati i pianeti”.

Sotto questo aspetto, nel suo discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze, il Santo Padre non esita a parlare dell’errore in cui incorsero i teologi nell’affare Galileo:

      “L’errore dei teologi del tempo, nel sostenere la centralità della terra, fu quello di pensare che la nostra conoscenza della struttura del mondo fisico fosse, in certo qual modo, imposta dal senso letterale della S. Scrittura”.

Bisogna però anche riconoscere gli errori e i limiti dello scienziato Galilei: egli stesso non fu, in certo modo, fedele al metodo sperimentale che con tanto successo aveva teorizzato e adoperato. Infatti:

-         Galileo non seguì il consiglio del Cardinal Bellarmino di presentare la dottrina copernicana come un’ipotesi fino a quando non avesse ottenuto una dimostrazione sperimentale definitiva.

-         Gli indizi offerti da Galileo in questo senso (la presenza di satelliti intorno a Giove, le fasi di Venere e soprattutto le maree) non erano del tutto concludenti o addirittura erano sbagliati.

-         A Galileo mancava l’apertura di vedute che pretendeva di avere dai suoi oppositori, dal momento che non prendeva in considerazione ipotesi diverse dalle sue, come quella delle orbite ellittiche proposta da Kepler, oppure il sistema geo-eliocentrico proposto da Tycho Brahe (che permetteva anche di spiegare i fenomeni osservati).

-         In alcuni dibattiti da lui sostenuti, Galileo prese la parte sbagliata, come nel caso della discussione sulle comete (che Galileo riteneva erroneamente essere fenomeni atmosferici).

A causa del suo carattere forte e polemico si acquistò non pochi nemici, il che senza dubbio ebbe un peso nei processi ai quali fu sottoposto.

Tutto questo non toglie nulla ai meriti e al valore di quello che a buon diritto è considerato il fondatore della scienza moderna.

 

4. Il processo a Galileo

 

Perché Galileo fu processato e condannato?

Bisogna aver presente che ci furono, come abbiamo visto, due fasi ben distinte:

-         Nel 1616 Galileo non fu condannato; nemmeno furono proibiti i suoi libri. Solo gli si ordinò di non sostenere, insegnare o difendere la teoria copernicana. Galileo ottenne dal Cardinal Bellarmino un documento nel quale si assicurava che Galileo in quel processo non dovette abiurare né fare penitenza alcuna.

-         La situazione del 1633 fu abbastanza diversa. Galileo riuscì a ottenere l’imprimatur del Dialogo a Firenze (non a Roma) e con l’imbroglio. Non rispettò, se non solo in apparenza, le condizioni imposte per quella pubblicazione (cioè di presentare entrambe le teorie, geocentrismo ed eliocentrismo, in modo imparziale): era evidente che si sosteneva la posizione copernicana, ridicolizzando quella tolemaica.

Se il problema fosse stato solo quello verificatosi nel 1633, sarebbe stato sufficiente chiedere a Galileo di correggere le parti nelle quali presentava il copernicanesimo non come semplice ipotesi, ma come fatto dimostrato: ma la proibizione formale già imposta a Galileo nel 1616 complicò seriamente le cose.

Questo spiega la severità con cui Galileo fu trattato, sebbene gli venissero usati molti riguardi. Essendo stato ribelle, Galileo doveva essere processato con rigore. Gli si impose l’abiura della dottrina condannata dal Sant’Uffizio, dal momento che, contro ogni evidenza, negava di averla sostenuta nel suo libro. La pena carceraria gli venne commutata in arresti domiciliari, gli vennero fatte molte concessioni e gli fu permesso di tenere abituali frequentazioni coi suoi amici.

Tuttavia, la severità usatagli nel 1633 ha portato alcuni studiosi a cercare qualche altra ragione, di tipo personale da parte dei nemici di Galileo, o di tipo dottrinale.

Secondo Ludovico Pastor, celebre storico della Chiesa, Galileo fu trattato con durezza e condannato perché diede l’impressione di voler difendere un’opinione dopo che questa era stata dichiarata contraria alla Scrittura dall’autorità preposta[13].

Più di recente, uno storico italiano, Enrico Berti, ha proposto un’altra interpretazione, secondo la quale la concezione galileiana della scienza portava ad un determinismo e meccanicismo fisico. Da questi si sarebbe giunti all’immanentismo e al panteismo. Berti adduce alcuni documenti che sembrerebbero appoggiare questa lettura[14].

Altre interpretazioni, come quelle avanzate da Pietro Redondi nel suo libro Galileo Eretico, e rilanciate da diversi autori in un numero della rivista Acta Philosophica (2001) sulla base di alcuni documenti scoperti negli Archivi del Sant’Uffizio, mi sembrano difficilmente sostenibili.

Bisogna infatti tener presente che la causa scatenante del processo a Galileo, nel 1633, fu senza dubbio la pubblicazione del Dialogo e che, senza di essa, semplicemente non vi sarebbero stati né il processo a Galileo, né tantomeno il “caso” da questo suscitato.



[1] Giovanni Paolo II, Insegnamenti, vol. 2/2, 1979.

[2] Giovanni Paolo II, Discorso del 31 ottobre 1992, cf. Giovanni Paolo II, Insegnamenti, vol. 15/2, 1992.

[3] Concilio Vaticano I, Dei Filius; D.S. 3017

[4] Conc. Vaticano II, GS 36; cfr. anche CCC, n° 159

[5] Lettera al P. Benedetto Castelli.

[6] Lettera al P. Foscarini.

[7] S. Agostino, Epistula 143, n.7.

[8] S.Agostino De Genesi ad Litteram, c.21, 41, cf. DS 3287.

[9] I, q.46 a.2.

[10] Resp. ad lect. Vercell. de art. 42, prol.

[11] I, q. 32 a.1 ad 2.

[12] Lettera al P. Benedetto Castelli.

[13] Cf. Storia dei Papi vol. XIII, p. 639

[14] Cf. Implicazioni Filosofiche della Condanna di Galilei, in “Giornale di Metafisica” 5 (1983), pp. 239-261.