LA FILOSOFIA COME MEDIATRICE TRA LA
SCIENZA E LA FEDE
P. Rafael Pascual, L.C.
*Articolo pubblicato nella rivista Alpha Omega 3 (2000), pp. 353-361.
La
mia comunicazione prende lo spunto da un articolo pubblicato recentemente in
una prestigiosa rivista di scienze[1]. In esso si presenta il risultato
di un'inchiesta sugli scienziati e la religione negli Stati Uniti. Secondo
questo studio, c'è una notevole percentuale di miscredenza, soprattutto a
livello dei cosiddetti 'più grandi scienziati' (top scientists). Si cita addiritura l'opinione di un chimico (Peter
Atkins), il quale sostiene che un credente non può essere vero scienziato, a
ragione della presenza in lui di un'estranea categoria di conoscenza, rispetto
a quella scientifica, che sarebbe la credenza religiosa. Un altro scienziato,
questa volta un biologo evoluzionista (Richard Dawkins), afferma senza mezzi
termini che considera disonesto vivere in contraddizioni come quella di fare
scienza durante la settimana, e andare in chiesa la domenica...
Sempre
nello stesso articolo appare la citazione di un altro studioso, per il quale,
quanto più alto è il livello educazionale di una persona, o quanto più alto
risulta il suo livello intelletuale, meno risulta essere cristiano. Se si
tirano fuori le conseguenze di questa considerazione, forse si dovrà concludere
che i credenti, o sono ignoranti, o hanno un coefficiente intellettuale alquanto
ridotto[2].
Si
presenta anche uno studio sulla miscredenza nei docenti di biologia
nell'università di Harvard, il cui esito fu la constatazione dell'ateismo di
tutti loro. Questo autore scoprì due ragioni: alcuni da molto tempo avevano
smesso di credere nella 'roba soprannaturale'; altri invece non potevano
credere in Dio 'con tutto questo male che c'è nel mondo'. Niente di nuovo sotto
il sole: le due ragioni che offre san Tommaso nella Summa Theologiae per quelli che negano l'esistenza di Dio sono
l'apparente sufficienza della natura per spiegare i fenomeni naturali e
l'esistenza del male...[3].
Più
avanti un sociologo osserva che da duecento anni esiste una specie di campagna
pubblicitaria secondo la quale, se si vuol essere un buon scienziato, si
deve liberare la mente dalle catene della religione; d'altra parte, nelle
università, mentre i credenti non si fanno sentire, i miscredenti portano
avanti una discriminazione a loro vantaggio, in modo che nei gradini superiori
tendono a prevalere questi ultimi. È vero che molte volte gli scienziati si
dichiarano neutrali riguardo alla questione dell'esistenza di Dio, ma nella pratica
questa neutralità non esiste. La "non belligeranza" degli scienziati
che si dichiarano atei, o più semplicemente agnostici
è soltanto apparente. Come si dice nello stesso articolo, sembra un'ironia che
un gruppo di specialisti, quasi tutti non credenti, e che credono che la
scienza conduca all'ateismo, affermi che la scienza sia neutrale riguardo alla
questione di Dio.
Ma
forse si arriva quasi al ridicolo quando qualche scienziato sostiene di aver
trovato una zona nel cervello responsabile della produzione dei sentimenti
religiosi, la quale produrrebe in alcuni malati mentali delle esperieze
religiose. A questo discorso si potrebbe controbattere, come fa il credente
Phillip E. Johnson, che possiamo essere sicuri del fatto che gli scienziati
materialisti mai troveranno nel cervello un "modulo
materialistico", che sarebbe la causa della fantasiosa pretesa di alcuni
uomini che cercano di poter spiegare la mente in base a termini strettamente
materialistici.
Per
concludere questa rassegna dell'articolo riferito, vorrei presentare l'altra
faccia della moneta. Ci sono alcuni bravi scienziati che sono diventati
credenti oppure si sono avvicinati alla fede. Gli autori fanno accenno all'astronomo
Allan Sandage, il quale domandava ai suoi colleghi agnostici: Perché esiste
qualcosa invece del nulla?, ed ammetteva di non aver trovato mai la risposta a
questa domanda nella scienza. Si parla anche del geologo John Suppe, il quale
arrivó alla fede attraverso la ricerca di un senso nella vita. Un altro noto scienziato,
Fred Hoyle riconobbe che sarebbe incredibile vedere un universo così tanto ben
accordato dove non ci sia un Dio che l'abbia fatto.
Come
complemento di quanto esposto, possiamo fare accenno ad un libro che a suo
tempo ebbe molto successo: quello di Stephen Hawking Dal big bang ai buchi neri. Nella presentazione fatta dal noto
divulgatore di scienza e di ateismo, Carl Sagan, troviamo questo brano:
?Questo è anche un libro su Dio... o
forse sull?assenza
di Dio. La parola Dio riempie queste pagine. Hawking si avventura in una
ricerca per rispondere alla famosa domanda di Einstein se Dio abbia avuto
qualche scelta nella creazione dell?universo. Hawking sta tentando, come afferma esplicitamente,
di capire la mente di Dio. E questo fatto rende tanto più inattesa la
conclusione del suo sforzo, almeno finora: un universo senza confini nello
spazio, senza inizio o fine nel tempo, e con nulla da fare per un creatore?[4].
Forse
Hawking non era arrivato tanto lontano nella sua ricerca: lui si conforma ad
un'ipotesi, una domanda:
?Finché l?universo ha avuto un inizio, noi
possiamo sempre supporre che abbia avuto un creatore. Ma se l?universo è davvero autosufficiente
e tutto racchiuso in se stesso, senza un confine o un margine, non dovrebbe
avere né un principio né una fine: esso, semplicemente, sarebbe. Ci sarebbe
ancora posto, in tal caso, per un creatore??[5].
Richiama
l'attenzione il fatto che un libro di uno scienziato, specialista di fisica
teoretica, su un argomento scientifico, affronti con notevole frequenza
questioni di indole filosofica e anche, fino a un certo punto, religiose. Purtroppo
non è detto che un bravo scienziato sia anche un buon filosofo o un valente teologo.
Per questo possiamo avvicinarci alle sue tesi filosofiche e religiose con un
po' di precauzione, se non di sospetto e timore. Così si può capire il giudizio
spietato di uno storico della scienza come Stanley
Jaki, membro della Pontificia Accademia delle Scienze, il quale presenta il
libro di Hawking come un Big bang di
errori[6]. Facciamo un esempio:
?È piuttosto difficile parlare della
memoria umana perché non sappiamo nei particolari in che modo funzioni il
cervello. Però sappiamo tutto su come funzionano le memorie dei computer. Esaminerò
perciò la freccia del tempo psicologica per i computer. Io penso che sia
ragionevole supporre che la freccia del tempo psicologica per i computer sia
la stessa che per gli esseri umani. Se così non fosse, si potrebbe fare una
strage sul mercato azionario avendo un computer che ricordasse le quotazioni
di domani!?[7].
Questo
non toglie che Hawking abbia anche qualche riflessione di ordine filosofico più
fortunata. Non per niente ci ricorda Giovanni Paolo II nella sua enciclica Fides et ratio che l'uomo è naturalmente
filosofo (cf. FR 64):
?Fin dall?alba della civiltà, [...] l?uomo non si è mai accontentato di
vedere gli eventi come non connessi fra loro e inesplicabili, ma si è sempre
sforzato di pervenire a una comprensione dell?ordine che sta dietro le cose e gli
eventi. Oggi noi desideriamo ancora sapere perché siamo qui e da dove veniamo. Il
profondissimo desiderio di conoscenza dell?uomo è una giustificazione
sufficiente per il persistere della nostra ricerca. E il nostro obiettivo non è
niente di meno di una descrizione completa dell?universo in cui viviamo?[8].
Il
problema sta nel fatto di voler rispondere a queste domande facendo ricorso
soltanto alle scienze fisiche, e ancora più concretamente, alla cosmologia
scientifica.
Così
arriviamo al punto della nostra comunicazione: il rapporto tra scienza,
filosofia e fede. È chiaro che ci sono diverse forme di verità, come si allude
anche nell'enciclica già citata (cf. FR
30)[9], ma queste si trovano, per così
dire, in contatto. Da una parte, non è ammissibile la dottrina della doppia verità, perché in contrasto con
il principio di non contraddizione[10]. Dall'altra, bisogna riconoscere i
limiti di ciascuno di questi ordini, e come hanno bisogno di aiutarsi a vicenda
nella ricerca della verità. Non si può dubitare che nella stessa scienza ci
siano, forse in un modo implicito (ma non per questo meno reale), dei
presupposti e dei principi di ordine filosofico, e anche di ordine religioso. Non
per nulla la scienza moderna, come oggi la conosciamo, è nata nel segno di una
cultura occidentale cristiana, e benché oggi molti scienziati (ma non tutti) si
dichiarano agnostici o addiritura atei, non si può negare che i più grandi
scienziati di tutti i tempi, come Copernico, Galileo, Newton[11], Planck[12] ed Einstein[13], sebbene in modi diversi, si sono
dichiarati credenti nella divinità[14].
Perché
ci sia un rapporto adeguato fra questi diversi ordini di conoscenza, si deve ammettere,
da una parte, la loro giusta, legittima, corretta e necessaria autonomia[15], e dall'altra, la loro
complementarità ed armonia. Per poter raggiungere questo rapporto armonico,
bisogna evitare gli estremi sia di una netta e radicale separazione (che molte
volte conduce ad una contrapposizione o ad un riduzionismo esclusivista ed
arrogante, di cui abbiamo visto già qualche esempio), sia di un'invasione dei
campi propri dell'altro tipo di conoscenza, con indebite confusioni di
concetti, principi e metodi, dando luogo ad una specie di sincretismo gnoseologico[16]. Così, si può da una parte sostenere
che Dio non entri propriamente nell'orizzonte dell'indagine scientifica[17], ma da questo non si deduce che lo
scienziato, per essere bravo, debba essere ateo o agnostico[18]. Abbiamo visto come molti degli
scienziati più importanti e più creativi sono stati dei sinceri credenti.
Per
concludere, crediamo che la filosofia si presenti come l'intermediario privilegiato
per l'incontro e il dialogo tra la scienza e la fede, tra l'ordine naturale e
quello soprannaturale della rivelazione. Ma per poter svolgere questo
dialogo, ci vuole una conoscenza reciproca e un atteggiamento aperto e rispettoso,
che permetta di comprendere i problemi e le ragioni dell'altro[19]. Non crediamo che sia ammissibile
un'opposizione costitutiva fra scienza e fede, come alcuni hanno sostenuto. Non
vediamo nemmeno, come suggerisce il titolo di un libro pubblicato qualche anno
fa, che la filosofia, e in particolare la metafisica, sia necessaria per la
scienza, ma dannosa per la fede. La filosofia, da una parte, aiuterà la scienza
a non perdere di vista il suo scopo: quello di trovare la verità nel suo ordine[20]. Dall'altra, offrirà le risorse
per evitare il pericolo dell'irrazionalismo fideistico che provoca la debolezza
della ragione[21]. In questo senso, si può dire che
avere una certa audacia della ragione costituisce un'esigenza pastorale[22]. Di questa audacia abbiamo un
esempio chiaro e luminoso: quello di Giovanni Paolo II.
[1] E. J.
Larson - L. Witham, Scientists and Religion in
America, in ?Scientific American?, September 1999, pp. 78-83.
[2] Ma, tutto sommato, sembra che anche
ai tempi di Gesù Cristo le cose non erano tanto diverse: ?Io ti rendo lode, Padre, Signore del
cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le
hai rivelate ai piccoli? (Lc 10, 21); ?Considerate infatti la vostra chiamata,
fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti
potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per
confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere
i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è
nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi
davanti a Dio? (1 Cor 1, 26-29). Ma è il credente il vero
saggio; lo stolto, invece, è quello che dice "non c'è Dio" (cf. Sal 14, 1).
[4] C. Sagan, Introduzione, in S. W.
Hawking, Dal Big Bang ai buchi
neri. Breve storia del tempo, Rizzoli, Milano 1988, p. 10.
[5] S. W.
Hawking, Dal Big Bang ai buchi neri. Breve storia del
tempo, Rizzoli, Milano 1988, p. 165.
[7] S. W.
Hawking, Dal Big Bang ai buchi neri. Breve storia del
tempo, Rizzoli, Milano 1988, p. 170.
[9] Nell'enciclica, citando il Concilio
Vaticano I (cf. Cons. Dogm. Dei Filius,
cap. IV; DS 3015), si parla di "due ordini di conoscenza", quello
della ragione naturale (nel quale si trovano la filosofia e le scienze) e
quello della fede (cf. FR 9).
[10] Ecco il passo centrale
dell'enciclica Fides et ratio in
questo senso: ?Questa
verità, che Dio ci rivela in Gesù Cristo, non è in contrasto con le verità che
si raggiungono filosofando. I due ordini di conoscenza conducono anzi alla
verità nella sua pienezza. L'unità della verità è già un postulato fondamentale
della ragione umana, espresso nel principio di non‑contraddizione. La
Rivelazione dà la certezza di questa unità, mostrando che il Dio creatore è
anche il Dio della storia della salvezza. Lo stesso e identico Dio, che fonda e
garantisce l'intelligibilità e la ragionevolezza dell'ordine naturale delle
cose su cui gli scienziati si appoggiano fiduciosi, è il medesimo che si rivela
Padre di nostro Signore Gesù Cristo? (FR 34). Nella
nota 29 si cita addirittura il Galilei, il quale sostenne che ?le due verità, di fede e di scienza,
non possono mai contrariarsi "procedendo di pari dal Verbo divino la
Scrittura sacra e la natura, quella come dettatura dello Spirito Santo, e
questa come osservantissima esecutrice degli ordini di Dio" come scrive
nella lettera al Padre Benedetto Castelli il 21 dicembre 1613?. Si cita anche il noto testo della GS 36, dove si parla dell'autonomia
leggitima delle realtà terrene: ?La ricerca metodica di ogni disciplina, se procede [...]
secondo le norme morali, non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le
realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio? (GS 36).
[11] Su questo autore è eloquente la
testimonianza di uno storico della scienza, che citiamo a continuazione: ?Newton fu convinto
dell'inseparabilità del progresso religioso e di quello scientifico. Ciò gli
pareva documentato anche storicamente poiché le maggiori conquiste del sapere
erano per lui proprie di epoche in cui vigeva una corretta concezione di Dio
[...]. Per comprendere la sua volontà abbiamo solo lo studio della sua parola
nelle Scritture e la penetrazione scientifica del creato, il quale testimonia
la sua attività nella natura. La mirabile costruzione newtoniana della
meccanica celeste e terrestre è quindi momento significante di un atto di fede
religiosa. Allorché i filosofi settecenteschi fecero del mondo scientifico
newtoniano un modello di costruzione razionale e si proposero di uniformarvi
anche lo studio dei sistemi morali e sociali, operarono quindi contro di esso
una sia pur non voluta violenza: ossia bandirono quel Dio che per Newton era
sia il potere fondamento del creato, sia colui che ne esigeva la conoscenza
rigorosa. È vero che anche la nuova via, su cui s'è rinunciato
all"'ipotesi di Dio", s'è dimostrata in qualche modo fertile di
risultati scientifici. Ma c'è una cosa che non può pretendere chi si sia messo
a percorrerla con serietà: che questa via, cioè, sia stata indicata da Newton? (Francesco
Barone. Scienza e fede in Isaac
Newton, ?La
Stampa?, 15
luglio 1975, ripreso in J.-P. Maury,
Newton e la meccanica celeste,
Universale Electa/Gallimard, Trieste 1995, p. 135).
[12] ?Quello che noi dobbiamo guardare
come maggior meraviglia è il fatto che la conveniente formulazione di questa
legge produce in ogni uomo imparziale l'impressione che la natura fosse
diretta da una volontà intelligente? (M. Planck,
Religion und Naturwissenschaft,
Leipzig 1942, p. 24; citato in J.A. Sayés, Teología
para nuestro tiempo. La fe explicada, San Pablo, Madrid, 1995, p. 19;
traduzione all'italiano nostra).
[13] "Vi sembrerà strano che io
consideri l'intelligibilità del mondo [...] come un miracolo o un mistero
eterno. Ma [...], a priori, ci dovremmo aspettare un mondo caotico; questo,
invece, è comprensibile dalla nostra intelligenza ordinatrice. Benché sia
l'uomo a formulare gli assiomi della teoria della gravitazione universale,
il successo di una tale impresa suppone un ordine di grado elevato del mondo
oggettivo, che a priori non siamo per nulla autorizzati ad aspettarci [...]. Questo
miracolo si manifesta in modo sempre più evidente a mano a mano che si
sviluppano le nostre conoscenze" (A.
Einstein, Lettres à Maurice Solovine,
Gauthier-Villars, 1956, p.115; citato in R.
Chauvin, La biologia dello
spirito. Lo sviluppo degli esseri viventi al di là di ogni evoluzionismo,
San Paolo, Milano, 1995, p.7). Anche Giovanni Paolo II ha fatto riferimento al
pensiero di Einstein in un suo importante intervento: ?Chi si impegna nella ricerca
scientifica e tecnica ammette come presupposto del suo itinerario che il mondo
non è un caos, ma un cosmos, ossia
che c'è un ordine e delle leggi naturali, che si lasciano apprendere e pensare,
e che hanno pertanto una certa affinità con lo spirito. Einstein amava dire:
"Quello che c'è, nel mondo, di eternamente incomprensibile, è che esso sia
comprensibile" (In ?The journal of the Franklin Institute?, vol. 221, n. 3, marzo 1936). Questa
intelligibilità, attestata dalle prodigiose scoperte delle scienze e delle
tecniche, rinvia in definitiva al Pensiero trascendente e originario di cui
ogni cosa porta l'impronta? (Giovanni Paolo
II, Discorso alla sessione plenaria della Pontificia Accademia delle
Scienze ‑ Città del Vaticano, 31 Ottobre 1992).
[14] Su questo argomento, molto
suggestivo, si può vedere il contributo di S. L. Jaki, per esempio ne Il Salvatore della scienza, Libreria Ed.
Vaticana, Città del Vaticano 1992; o La
strada della scienza e le vie verso Dio, Jaca Book, Milano 1988; e anche Dio e i cosmologi, Libreria Ed. Vaticana,
Città del Vaticano 1991.
[15] Con questi termini si esprime
Giovanni Paolo II nell'enciclica Fides et
ratio. È notevole la frequenza nella quale si fa riferimento a questo
principio in essa, in ben undici numeri: 45, 48, 49, 67, 75, 77, 79, 80, 85,
106 e 108. In un altro testo, il santo Padre si esprime in un modo simile: ?(...) sia la religione, sia la
scienza devono conservare la loro autonomia e la loro distinzione. La religione
non si fonda sulla scienza né la scienza è un'estensione della religione. Ciascuna
ha i suoi principi, il suo modo di procedere, le sue differenti
interpretazioni e le proprie conclusioni. Il cristianesimo ha in se stesso la
sorgente della propria giustificazione e non pretende di fare la sua apologia
appoggiandosi primariamente sulla scienza. La scienza deve dare testimonianza
a se stessa. Mentre religione e scienza possono e debbono ciascuna appoggiare
l'altra come dimensioni distinte della comune cultura umana, nessuna delle due
dovrebbe pretendere di essere il necessario presupposto per l'altra. Oggi abbiamo
un'opportunità senza precedenti di stabilire un rapporto interattivo comune
in cui ogni disciplina conserva la propria integrità pur rimanendo
radicalmente aperta alle scoperte e intuizioni dell'altra? (Giovanni
Paolo II, Lettera al direttore della Specola Vaticana, 1 Giugno 1988).
[16] Si possono citare a questo riguardo
diverse opere a modo di esempio; a parte del già citato libro di Stephen
Hawking, si potrebbe annoverare quello di Frank
J. Tipler, La fisica
dell'immortalità. Dio, la cosmologia e la risurrezione dei morti,
Mondadori, Milano 1997; e anche quello di Jean
Guitton - G. e I. Bogdanov, Dio e
la scienza. Verso il metarealismo, Bompiani, Milano 1992.
[17] Questo lo ha affermato chiaramente
lo stesso Giovanni Paolo II: ?Quando si parla di prove dell'esistenza di Dio, dobbiamo
sottolineare che non si tratta di prove d'ordine scientifico-sperimentale. Le
prove scientifiche, nel senso moderno della parola, valgono solo per le cose
percettibili ai sensi, giacché solo su queste possono esercitarsi gli strumenti
di indagine e di verifica, di cui la scienza si serve. Volere una prova
scientifica di Dio, significherebbe abbassare Dio al rango degli esseri del
nostro mondo, e quindi sbagliarsi già metodologicamente su quello che Dio è. La
scienza deve riconoscere i suoi limiti e la sua impotenza a raggiungere
l'esistenza di Dio: essa non può né affermare, né negare questa esistenza? (Giovanni
Paolo II, catechesi del mercoledì 10 Luglio 1985).
[18] Il testo citato nella nota
precedente continua così: ?Da ciò non deve tuttavia trarsi la conclusione che gli
scienziati siano incapaci di trovare, nei loro studi scientifici, motivi validi
per ammettere l'esistenza di Dio. Se la scienza, come tale, non può raggiungere
Dio, lo scienziato, che possiede un'intelligenza il cui oggetto non è
limitato alle cose sensibili, può scoprire nel mondo le ragioni per affermare
un essere che lo supera. Molti scienziati hanno fatto e fanno questa scoperta? (ibid.). E in un'opera che possiamo considerare in qualche senso autobiografica, Giovanni Paolo II
riferisce una sua esperienza al riguardo ?Il mondo visibile, di per sé, non
può offrire una base scientifica per una sua interpretazione ateistica, anzi la
riflessione onesta trova in esso elementi sufficienti per giungere alla
conoscenza di Dio. In questo senso l'interpretazione ateistica è unilaterale
e tendenziosa. Ricordo ancora quelle discussioni. Partecipai anche a numerosi
incontri con scienziati, in particolare con fisici, i quali, dopo Einstein, si
sono notevolmente aperti a un'interpretazione teistica del mondo? (Giovanni
Paolo II, Varcare la soglia della
speranza, Arnoldo Mondadori, Milano 1994, pp. 216-217).
[19] Ecco un esempio che ci offre
Giovanni Paolo II di come si possa svolgere questo dialogo: ?Non si dice che la teologia debba
assimilare indiscriminatamente ogni nuova teoria filosofica o scientifica. Tuttavia,
dal momento in cui questi risultati diventano patrimonio della cultura
intellettuale del tempo, i teologi devono comprenderli e metterne alla prova il
valore coll'esplicitare alcune virtualità della fede cristiana che non sono
state ancora espresse. Per esempio, l'ilemorfismo della filosofia naturale di
Aristotele, fu adottato dai teologi medievali perché li aiutava ad esplorare la
natura dei sacramenti e l'unione ipostatica. Questo non significava che la
Chiesa ritenesse vera o falsa l'intuizione di Aristotele, trattandosi di
materia fuori del suo interesse. Significava solo che questa era una delle
ricche intuizioni offerte dalla cultura greca, che essa aveva bisogno di essere
capita, presa sul serio e messa alla prova per la sua capacità di gettar luce
in vari campi della teologia. I teologi in rapporto alla scienza di oggi, alla
filosofia e ad altri campi del conoscere, possono ben chiedersi se, anche essi,
così come fecero questi maestri medievali, hanno saputo compiere un simile,
così difficile processo. Come le antiche cosmologie del vicino Oriente
poterono essere purificate e assimilate nei primi capitoli del Genesi, non
potrebbe la cosmologia contemporanea avere qualcosa da offrire alle nostre
riflessioni sulla creazione? Può una prospettiva evoluzionistica contribuire
a far luce sulla teologia antropologica, sul significato della persona umana
come ?imago
Dei?, sul
problema della cristologia ‑ e anche sullo sviluppo della dottrina
stessa? Quali sono, se ve ne sono, le implicazioni escatologiche della cosmologia
contemporanea, specialmente alla luce dell'immenso futuro del nostro
universo? Può il metodo teologico avvantaggiarsi facendo proprie le intuizioni
della metodologia scientifica e della filosofia della scienza? Si potrebbero
fare molte altre domande di questo tipo. Ma per continuare a proporne si
richiederebbe quella specie di intenso dialogo con la scienza contemporanea
che, generalmente parlando, è mancato nei teologi impegnati nella ricerca e
nell'insegnamento. Ciò comporterebbe che almeno alcuni teologi fossero
sufficientemente competenti nelle scienze per poter fare un uso genuino e
creativo delle risorse offerte loro dalle teorie meglio affermate. Una tale
conoscenza li difenderebbe dalla tentazione di fare, a scopo apologetico, un
uso poco critico ed affrettato delle nuove teorie cosmologiche come quella del ?Big Bang?. Così pure li tratterrebbe dal non
prendere affatto in considerazione il contributo che tali teorie possono dare
all'approfondimento della conoscenza nei campi tradizionali della ricerca
teologica? (Giovanni Paolo II, Lettera al direttore
della Specola Vaticana, 1 Giugno 1988).
[20] A questo riguardo è significativo
il cambiamento di rotta della filosofia della scienza: dopo aver assunto un
atteggiamento radicale nel neopositivismo nel valore assoluto della scienza e
nel suo rifiuto di ogni altro tipo di conoscenza, oggi sembra che si sia
smarrita nella ricerca della verità. Così si cade anche in essa nel
relativismo, sotto diverse forme (convenzionalismo, strumentalismo,
soggettivismo). Facciamo qualche esempio: ?Qualsiasi teoria fisica è sempre
provvisoria, nel senso che è solo un?ipotesi: una teoria fisica non può cioè mi venire
provata. Per quante volte i risultati di esperimenti siano stati in accordo con
una teoria, non si può mai essere sicuri di non ottenere la prossima volta un
risultato che la contraddica. D?altra parte si può confutare una teoria trovando anche
una sola osservazione che sia in disaccordo con le sue predizioni. Come ha
sottolineato il filosofo della scienza Karl Popper, una buona teoria fa un
certo numero di predizioni suscettibili, in linea di principio, di essere
confutate, o ?falsificate?, dall?osservazione. Ogni volta che nuovi
esperimenti forniscono risultati in accordo con le predizioni, la teoria
sopravvive e la nostra fiducia in essa aumenta; ma se troviamo una nuova
osservazione che non si concilia con le predizioni, dobbiamo abbandonare o
modificare la teoria. Questo, almeno, è quanto dovrebbe accadere, ma si può
sempre mettere in discussione la competenza della persona che ha eseguito le
osservazioni? (S. W. Hawking, Dal Big Bang ai buchi neri. Breve storia del tempo, Rizzoli,
Milano1988, p. 23); ?Ma io
non riesco bene a capire che cosa uno intenda per verità assoluta. Io credo che
abbiamo punti di vista sempre più sofisticati e raffinati che si confrontano. Ma
se questi punti di vista arrivassero all'assolutezza e alla perfezione, non
avremmo più la ricerca. Io credo che la verità assoluta sarebbe quieta e
tranquilla come la pace dei cimiteri, non so se mi spiego. Io invece ritengo
che noi viviamo proprio per metterci continuamente in discussione. Quello che ci interessa non è il possesso,
è la ricerca? (G.
Giorello, professore di Filosofia della Scienza all'Università degli Studi di
Milano. La verità scientifica, en Rai
Educational, www.emsf.rai.it).
[21] In questo senso si è pronunciato il
Card. Ratzinger nella presentazione dell'enciclica Fides et ratio: ?Il clima culturale e filosofico generale nega oggi la
capacità della ragione umana di conoscere la verità e riduce la razionalità ad
essere semplicemente strumentale, utilitaristica, funzionale, calcolatrice o
sociologica. In questo modo la filosofia
perde la sua dimensione metafisica e il modello delle scienze umane ed
empiriche diventa il parametro e il criterio della razionalità. Le conseguenze
sono: d'una parte la ragione scientifica non costituisce più un avversario per
la fede, perché essa rinuncia ad interessarsi alle verità ultime e definitive
dell'esistenza, limitando il suo orizzonte alle conoscenze parziali e
sperimentabili. In tale modo però si espelle dall'ambito razionale tutto ciò
che non rientra nelle capacità di controllo della ragione scientifica, e quindi
si apre oggettivamente la strada ad una nuova forma di fideismo. Se l'unico
tipo di ?ragione? è quello della ragione scientifica,
la fede viene espropriata di qualunque forma di razionalità e intelligibilità
ed è destinata a fuggire nel simbolismo non definibile o nel sentimento
irrazionale. D'altra parte la rinuncia della ragione alla rivendicazione della
conoscenza della verità è anch'essa nel suo primo passo una opzione di tipo
filosofico e pone l'esigenza di un intrinseco rapporto tra teologia e
filosofia. Il ritirarsi da parte della ragione dalla questione della verità
significa cedere ad una certa cultura
filosofica, che esclude la metafisica a causa dell'assolutizzazione del
paradigma della ragione scientifica o storica. La conseguenza di questa
capitolazione è soltanto apparentemente innocua per la fede, che è sospinta
dentro un cerchio chiuso in se stesso, relegato nel soggettivismo, nella
privatizzazione intimistica, non più in grado di comunicarsi agli altri né di
farsi valere sul piano culturale e razionale. D'altra parte, se la ragione si
trova in una situazione debole, ne
deriva una visione culturale dell'uomo e del mondo di tipo relativistico e
pragmatistico, dove ?tutto
è ridotto a opinione? e ci
si accontenta soltanto di "verità parziali e provvisorie (n. 5)"
(Presentazione del documento pontificio, intervento del Cardinale Joseph
Ratzinger, in Quaderni dell'Osservatore
Romano, n? 45:
Per una lettura dell'enciclica Fides et
ratio, Città del Vaticano, 1999).
[22] ?In virtù della missione che le è
propria, la Chiesa ha il dovere di essere attenta alle incidenze pastorali
della sua parola. Sia chiaro, anzitutto, che questa parola deve corrispondere
alla verità. Ma si tratta di sapere come prendere in considerazione un dato
scientifico nuovo quando esso sembra contraddire delle verità di fede. Il giudizio
pastorale che richiedeva la teoria copernicana era difficile da esprimere nella
misura in cui il geocentrismo sembrava far parte dell'insegnamento stesso della
Scrittura. Sarebbe stato necessario contemporaneamente vincere delle abitudini
di pensiero ed inventare una pedagogia capace di illuminare il popolo di Dio. Diciamo,
in maniera generale, che il pastore deve mostrarsi pronto ad un'autentica
audacia, evitando il duplice scoglio dell'atteggiamento incerto e del giudizio
affrettato, potendo l'uno e l'altro fare molto male? (Giovanni
Paolo II, discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze, 31 ottobre
1992).