Testi del Magistero della Chiesa sull’argomento dell’evoluzione
1. Pio XII, Enciclica Humani Generis, 1950:
3. Alcuni, senza prudenza né discernimento, ammettono e
fanno valere per origine di tutte le cose il sistema evoluzionistico,
pur non essendo esso indiscutibilmente provato nel campo stesso delle scienze
naturali, e con temerarietà sostengono l'ipotesi monistica
e panteistica dell'universo soggetto a continua evoluzione. Di quest'ipotesi volentieri si servono i fautori del comunismo
per farsi difensori e propagandisti del loro materialismo dialettico e togliere
dalle menti ogni nozione di Dio.
Le false affermazioni di siffatto evoluzionismo, per cui viene ripudiato quanto vi è di assoluto, fermo ed
immutabile, hanno preparato la strada alle aberrazioni di una nuova filosofia
che, facendo concorrenza all'idealismo, all'immanentismo e al pragmatismo, ha
preso il nome di "esistenzialismo" perché, ripudiate le essenze
immutabili delle cose, si preoccupa solo della "esistenza" dei
singoli individui.
29.
(...) il Magistero della Chiesa non
proibisce che in conformità dell'attuale stato delle scienze e della teologia,
sia oggetto di ricerche e di discussioni, da parte dei competenti in tutti e due i campi, la dottrina dell'evoluzionismo, in
quanto cioè essa fa ricerche sull'origine del corpo umano, che proverrebbe da
materia organica preesistente (la fede cattolica ci obbliga a ritenere che le
anime sono state create immediatamente sia Dio). Però questo deve essere fatto in
tale modo che le ragioni delle due opinioni, cioè di
quella favorevole e di quella contraria all'evoluzionismo, siano ponderate e
giudicate con la necessaria serietà, moderazione e misura e purché tutti siano
pronti a sottostare al giudizio della Chiesa, alla quale Cristo ha affidato
l'ufficio di interpretare autenticamente la Sacra Scrittura e di difendere i
dogmi della fede (Cfr. Allocuzione Pont. ai membri dell'Accademia
delle Scienze, 30 novembre 1941; A. A. S. Vol. , p.
506). Però alcuni oltrepassano questa libertà di discussione, agendo in modo
come fosse già dimostrata con totale certezza la stessa origine del corpo umano
dalla materia organica preesistente, valendosi di dati indiziali
finora raccolti e di ragionamenti basati sui medesimi indizi; e ciò come se
nelle fonti della divina Rivelazione non vi fosse nulla che esiga in questa
materia la più grande moderazione e cautela.
Però quando si tratta dell'altra ipotesi, cioè del poligenismo, allora i figli della Chiesa non godono
affatto della medesima libertà. I fedeli non possono abbracciare quell'opinione i cui assertori insegnano che dopo Adamo sono esistiti qui sulla terra veri uomini che non hanno
avuto origine, per generazione naturale, dal medesimo come da progenitore di
tutti gli uomini, oppure che Adamo rappresenta l'insieme di molti progenitori;
non appare in nessun modo come queste affermazioni si possano accordare con
quanto le fonti della Rivelazione e gli atti del Magistero della Chiesa ci
insegnano circa il peccato originale, che proviene da un peccato veramente
commesso da Adamo individualmente e personalmente, e che, trasmesso a tutti per
generazione, è inerente in ciascun uomo come suo proprio (cfr.
Rom. V, 12-19; Conc. Trident., sess. V, can. 1-4).
2. Pio XII, discorso ai
partecipanti al Primum Symposium Internationale
Geneticae Medicae, 7
settembre 1953
Nelle
opere più recenti di genetica si legge che nulla spiega meglio la connessione
di tutti i viventi come l'immagine di un albero genealogico comune. Ma allo stesso tempo si fa notare che si tratta soltanto di
un'immagine, di un'ipotesi e non di un fatto dimostrato. Si ritiene anche di
dover aggiungere che se la maggior parte dei ricercatori presenta la dottrina
della discendenza come un 'fatto', questo costituisce
un giudizio affrettato. Si potrebbero altrettanto bene formulare altre ipotesi.
Si dice inoltre che dei noti scienziati lo fanno senza con ciò contestare che
la vita si sia evoluta e che certe scoperte possano essere interpretate come
preformazioni del corpo umano. Ma, si continua, questi ricercatori hanno
rivelato nella maniera più netta che, al loro avviso, non si conosce ancora con
assoluta precisione che cosa significhino realmente ed esattamente le
espressioni 'evoluzione', 'discendenza', 'passaggio';
che, d'altra parte, non si conosce nessun processo naturale mediante il quale
un essere ne produca un altro di natura differente; che il processo con cui una
specie ne genera un'altra resta del tutto impenetrabile, nonostante i numerosi
stati intermedi; che non si è ancora riusciti sperimentalmente a far derivare
una specie da un'altra specie; e finalmente che noi non sapremmo assolutamente
a quale stadio di evoluzione l'ominide ha varcato di colpo la soglia
dell'umanità. Si segnalano ancora due scoperte speciali intorno a cui la
controversia non si sarebbe ancora calmata: non si
tratterebbe qui del grado avanzato di evoluzione del materiale scoperto, bensì
della datazione dello strato geologico. La conclusione ultima che si tira è
questa: a seconda che l'avvenire mostrerà l'esattezza dell'uno o dell'altra
interpretazione, l'immagine usuale dell'evoluzione dell'umanità si troverà una
conferma ovvero si dovrà costruire un'immagine del tutto nuova. Si crede dover
dire che le ricerche sull'origine dell'uomo sono ancora ai loro inizi; che la
rappresentazione che oggi se ne fa non può essere considerata come definitiva. Ecco
ciò che si dice sulle relazioni fra la teoria dell'eredità e quella
dell'evoluzione.
3. Paolo VI, Il dogma del peccato
originale e le scienze naturali moderne (11 luglio
1966)
È concessa, dunque, agli esegeti e ai teologi cattolici
tutta quella libertà di ricerca e di giudizio, ch’è
richiesta dall’indole scientifica dei loro studi e dal fine pastorale della
salvezza delle anime, cui deve mirare, come a scopo supremo, ogni attività in
seno alla Chiesa. Vi sono, però, dei limiti, che l’esegeta, il teologo, lo
scienziato, che vogliano veramente salvaguardare ed
illuminare la propria fede e quella degli altri cattolici, non possono e non
devono imprudentemente oltrepassare. Questi limiti sono segnati dal Magistero
vivo della Chiesa, ch’è norma prossima di verità per tutti i fedeli, come Noi
stessi abbiamo ricordato nell’Enciclica Mysterium Fidei. In
questa, infatti, denunziando alcune spiegazioni del dogma della
Transustanziazione che turbavano gli animi dei fedeli,
abbiamo riprovata un’eccessiva libertà nella interpretazione dei dogmi della
religione cristiana: “ Quasi cuique doctrinam semel ab Ecclesia definitam in oblivione adducere liceat aut eam. ita interpretari
ut genuina verborum significatio,
seu probata conceptuum vis extenuetur ” (A.A.S.
LVII, 1965, p. 755).
Abbiate, perciò, Figli dilettissimi,
sempre presenti nelle vostre discussioni e conclusioni i principi della sana
esegesi cattolica, enunziati più volte dai Nostri più
prossimi Predecessori e di recente confermati nella
Costituzione dogmatica Dei Verbum, che tratta della
divina rivelazione. Stando a questi principî, esiste un nesso intimo e
imprescindibile tra la Sacra Tradizione, la Sacra Scrittura e il Magistero
della Chiesa, così che il Concilio ha potuto conchiudere il capitolo II,
riguardante la trasmissione della divina rivelazione affermando: “Patet igitur Sacram
Traditionem, Sacram Scripturam et Ecclesiae
Magisterium, iuxta sapientissimum Dei consilium, ita inter se connecti
et consociari, ut unum sine aliis non consistat, omniaque simuli singula suo modo sub actione unius Spiritus Sancti, ad animarum. salutem efficaciter
conferant” (c. II, n. 10).
Convinti, pertanto, che la dottrina del peccato originale,
sia quanto alla sua esistenza ed universalità, sia quanto alla sua indole di
vero peccato nei discendenti di Adamo e alle sue
tristi conseguenze per l’anima e per il corpo, è una verità rivelata da Dio in
vari passi dei Libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, ma specialmente nei
testi a voi notissimi del Genesi 3, 1-20 e della Lettera ai Romani, 5, 12-19,
abbiate somma cura, nell’approfondire e precisare il senso dei testi biblici,
di attenervi alle norme impreteribi, li, che
scaturiscono dalla analogia fidei, dalle
dichiarazioni e definizioni dei Concili sopra ricordati, dai documenti emanati
dalla Sede Apostolica. In tal modo voi sarete sicuri di rispettare: “ id quod Ecclesia
catholica ubique diffusa semper intellexit ”, cioè il senso della Chiesa universale, docente e discente,
che i Padri del II Concilio di Cartagine, che si
occupò del peccato originale, contro i Pelagiani,
considerarono “ regulam fidei
” (can. 2).
È evidente, perciò, che vi sembreranno inconciliabili con
la genuina dottrina cattolica le spiegazioni che del
peccato originale danno alcuni autori moderni, i quali, partendo dal
presupposto, che non è stato dimostrato, del poligenismo, negano, più o meno
chiaramente, che il peccato, donde è derivata tanta colluvie di mali
nell’umanità, sia stato anzitutto la disobbedienza di Adamo “ primo uomo ”,
figura di quello futuro (Conc. Vat. II, Const. Gaudium e spes, n. 22; cfr. anche n. 13) commessa all’inizio della storia. Per
conseguenza, tali spiegazioni neppur s’accordano con
l’insegnamento della Sacra Scrittura, della Sacra Tradizione e del Magistero
della Chiesa, secondo il quale il peccato del primo uomo è trasmesso a tutti i
suoi discendenti non per via d’imitazione ma di propagazione, “ inest unicuique proprium ”, ed è “ mors animae ”, cioè privazione e non
semplice carenza di santità e di giustizia anche nei bambini appena nati (cfr. Conc. Trid., sess. V, can. 2-3).
Ma anche la teoria dell’evoluzionismo non vi sembrerà
accettabile qualora non si accordi decisamente con la
creazione immediata di tutte e singole le anime umane da Dio, e non ritenga
decisiva l’importanza che per le sorti dell’umanità ha avuto là disobbedienza
di Adesso, protoparente universale (cfr. Conc. Trid., sess. V, can. 2). La quale
disubbidienza non dovrà pensarsi come se non avesse fatto perdere ad Adamo la santità e giustizia in cui fu costituito (cfr. Conc. Trid., sess.
V, can. 1).
4. Giovanni
Paolo II, Udienza generale, L'uomo
immagine di Dio, Mercoledì 6 Dicembre 1978.
Sono
noti i numerosi tentativi che la scienza ha fatto - e continua a fare - nei
vari campi, per dimostrare i legami dell'uomo con il mondo naturale e la sua
dipendenza da esso, al fine di inserirlo nella storia
della evoluzione delle diverse specie. Pur nel rispetto di tali ricerche, non
possiamo limitarci ad esse. Se
analizziamo l'uomo nel più profondo del suo essere, vediamo che egli si
differenzia più di quanto somiglia al mondo della natura. In questo senso
procedono anche l'antropologia e la filosofia, quando cercano di analizzare e
comprendere l'intelligenza, la libertà, la coscienza e la spiritualità
dell'uomo. Il libro della Genesi sembra andare incontro a tutte queste
esperienze della scienza, e, parlando dell'uomo come l'«immagine di Dio», fa
intendere che la risposta al mistero della sua umanità non si trova sulla
strada della somiglianza col mondo della natura. L'uomo somiglia più a Dio che
alla natura. In questo senso dice il Salmo 82, 6: «Voi siete dei»,
le parole che poi riprenderà Gesù (cfr. Gv 10, 34).
Questa affermazione è audace.
Bisogna aver fede per accettarla. Tuttavia la ragione, senza pregiudizi, non si
oppone a tale verità sull'uomo, al contrario, vede in essa
un complemento a ciò che emerge dall'analisi della realtà umana e soprattutto
dello spirito umano.
5. Giovanni Paolo II, Ad un
gruppo di scienziati, Nessun limite sia
posto alla nostra comune ricerca del sapere, Lunedì 9 Maggio 1983.
3. (...) Si comprende così più
chiaramente che la Rivelazione divina, di cui la Chiesa è garante e testimone,
non comporta per sé stessa alcuna teoria scientifica dell'universo e
l'assistenza dello Spirito Santo non garantisce le spiegazioni che professiamo
riguardo la costituzione fisica della realtà.
Che
la Chiesa abbia potuto avanzare con difficoltà in un
campo così complesso, non ci deve sorprendere o scandalizzare. La Chiesa, fondata da Cristo che si è dichiarato la Via, la Verità
e la Vita, resta tuttavia costituita da uomini limitati e legati alla loro
epoca culturale. Così essa riconosce di essere sempre interessata alla
conoscenza dell'universo fisico, biologico o psichico. E' solamente con uno
studio umile e assiduo che impara a distinguere l'essenziale della fede dai
sistemi scientifici di un'epoca, soprattutto in un momento in cui l'abituale
lettura della Bibbia appariva come legata ad una cosmogonia obbligata.
6. Giovanni Paolo II, Al
simposio «Fede ed evoluzione» - Città del Vaticano (Roma),
"Retta fede nella creazione, retto insegnamento dell'evoluzione",
Venerdì 26 Aprile 1985.
Il
concetto polivalente e considerato sotto il profilo filosofico di «evoluzione»
si sta da tempo sviluppando sempre più nel senso di un
ampio paradigma della conoscenza del presente. Pretende di integrare la fisica,
la biologia, l'antropologia, l'etica e la sociologia in una logica di
spiegazione scientifica generale. Il paradigma dell'evoluzione si sviluppa, non
ultimo, attraverso una letteratura in continua crescita, per diventare una
specie di concezione del mondo chiusa, un'«immagine del mondo evoluzionistica».
Questa concezione del mondo si differenzia dall'immagine materialistica del mondo, che fu propagata alla svolta del secolo, per una vasta elaborazione e per una grande capacità d'integrare dimensioni apparentemente incommensurabili. Mentre il materialismo tradizionale cercava di smascherare come illusione la coscienza morale e religiosa dell'uomo e, talvolta, la combatteva attivamente, l'evoluzionismo biologico si sente abbastanza forte per motivare questa coscienza funzionalmente con i vantaggi della selezione ad essa legati e integrarla nel suo concetto generale. La conseguenza pratica ne è che i fautori di questa concezione del mondo evoluzionaria hanno imposto una nuova definizione dei rapporti con la religione, che si differenzia notevolmente da quella del passato più recente e di quello più remoto.
Per
quanto riguarda l'aspetto puramente naturalistico
della questione, già il mio indimenticato predecessore
papa Pio XII richiamava l'attenzione del 1950, nella sua enciclica «Humani Generis», sul fatto che il dibattito sul modello
esplicativo di «evoluzione» non viene ostacolato dalla fede se questa
discussione rimane nel contesto del metodo naturalistico
e delle sue possibilità. Egli sottolinea il limite
della portata di questo metodo quando afferma che il magistero della Chiesa
non vieta «che in conformità dell'attuale stato delle scienze e della teologia,
sia oggetto di ricerche e di discussioni, da parte dei competenti in tutti e
due i campi, la dottrina dell'evoluzionismo, in quanto cioè essa fa ricerche
sull'origine del corpo umano, che proverrebbe da materia organica preesistente
(la fede cattolica ci obbliga a ritenere che le anime sono state create
immediatamente da Dio). Però questo deve essere fatto in tale modo che le
ragioni delle due opinioni, cioè di quella favorevole
e di quella contraria all'evoluzionismo, siano
ponderate e giudicate con la necessaria serietà, moderazione e misura» (cfr. DS 3896). In base a queste
considerazioni del mio predecessore, non creano ostacoli una fede rettamente
compresa nella creazione o un insegnamento rettamente inteso dell'evoluzione:
l'evoluzione infatti presuppone la creazione; la creazione si pone nella luce
dell'evoluzione come un avvenimento che si estende nel tempo - come una «creatio continua» - in cui Dio diventa visibile agli occhi
del credente come Creatore del cielo e della terra. (...).
E' evidente che questo problema
grave e urgente non può essere risolto senza filosofia. Spetta proprio alla
filosofia sottoporre a un esame critico la maniera in
cui i risultati e le ipotesi vengono acquisiti, differenziare da estrapolazioni
ideologiche il rapporto tra teorie e affermazioni singole, la collocazione
delle affermazioni naturalistiche e la loro portata, in particolare il
contenuto proprio delle asserzioni naturalistiche.
7. Giovanni
Paolo II, Udienza generale, Le prove
dell'esistenza di Dio, Mercoledì 10 Luglio 1985.
2. Quando si parla di prove
dell'esistenza di Dio, dobbiamo sottolineare che non
si tratta di prove d'ordine scientifico-sperimentale. Le prove scientifiche,
nel senso moderno della parola, valgono solo per le cose percettibili ai sensi,
giacché solo su queste possono esercitarsi gli strumenti di indagine
e di verifica, di cui la scienza si serve. Volere una prova
scientifica di Dio, significherebbe abbassare Dio al rango degli esseri del
nostro mondo, e quindi sbagliarsi già metodologicamente su quello che Dio è.
La scienza deve riconoscere i suoi limiti e la sua impotenza a raggiungere
l'esistenza di Dio: essa non può né affermare, né negare questa
esistenza.
Da
ciò non deve tuttavia trarsi la conclusione che gli scienziati siano incapaci di trovare, nei loro studi scientifici,
motivi validi per ammettere l'esistenza di Dio. Se la
scienza, come tale, non può raggiungere Dio, lo scienziato, che possiede
un'intelligenza il cui oggetto non è limitato alle cose sensibili, può scoprire
nel mondo le ragioni per affermare un essere che lo supera. Molti
scienziati hanno fatto e fanno questa scoperta.
Colui che, con uno spirito aperto, riflette su quello che è
implicato nell'esistenza dell'universo, non può impedirsi di porre il problema
dell'origine. Istintivamente, quando siamo testimoni di certi avvenimenti, ci
chiediamo quali ne siano le cause. Come non fare la
stessa domanda per l'insieme degli esseri e dei fenomeni che scopriamo nel
mondo?
5. Tutte le osservazioni concernenti lo sviluppo della vita conducono a un'analoga
conclusione. L'evoluzione degli esseri viventi, di cui la scienza cerca
di determinare le tappe e discernere il meccanismo, presenta un interno
finalismo che suscita l'ammirazione. Questa finalità che orienta gli esseri in
una direzione, di cui non sono padroni né responsabili, obbliga a supporre uno
Spirito che ne è l'inventore, il creatore.
7. A tutte queste «indicazioni»
sull'esistenza di Dio creatore, alcuni oppongono la virtù del caso o di
meccanismi propri della materia. Parlare di caso per un universo
che presenta una così complessa organizzazione negli elementi e un così
meraviglioso finalismo nella vita, significa rinunciare alla ricerca di una
spiegazione del mondo come ci appare. In realtà, ciò equivale a voler
ammettere degli effetti senza causa. Si tratta di una abdicazione
dell'intelligenza umana, che rinuncerebbe così a pensare, a cercare una
soluzione ai suoi problemi.
ln conclusione, una miriade di
indizi spinge l'uomo, che si sforza di comprendere l'universo in cui vive, a
orientare il proprio sguardo verso il Creatore. Le prove dell'esistenza di Dio
sono molteplici e convergenti. Esse contribuiscono a mostrare che la fede non
mortifica l'intelligenza umana, ma la stimola a riflettere e le permette di
capire meglio tutti i «perché» posti dall'osservazione del reale.
8. Giovanni Paolo II, Udienza
Generale, La creazione nella visione biblico-cristiana, Mercoledì 8 Gennaio 1986
2. La domanda sulla creazione
affiora sull'animo di tutti, dell'uomo semplice e del dotto. Si può dire che la
scienza moderna è nata in stretto collegamento, anche se non sempre in buona armonia, con la verità biblica della creazione. E oggi, chiariti meglio i rapporti reciproci fra verità
scientifica e verità religiosa, tantissimi scienziati, pur ponendo legittimamente
problemi non piccoli come quelli riguardanti l'evoluzionismo delle forme
viventi, dell'uomo in particolare, o quello circa il finalismo immanente al
cosmo stesso nel suo divenire, vanno assumendo un atteggiamento maggiormente
partecipe e rispettoso nei confronti della fede cristiana sulla creazione. Ecco
dunque un campo che si apre per un dialogo benefico fra modi di
approccio alla realtà del mondo e dell'uomo riconosciuti lealmente come
diversi, eppure convergenti a livello più profondo a favore dell'unico uomo,
creato - come dice la Bibbia nella sua prima pagina - quale «immagine di Dio» e
quindi come «dominatore» intelligente e saggio del mondo (cfr.
Gn 1,21-28).
9. Giovanni Paolo II, Udienza
generale, Creazione, chiamata del mondo e
dell'uomo dal nulla alla vita, Mercoledì 29 Gennaio 1986
2. Il racconto dell'opera della
creazione merita di essere spesso letto e meditato
nella liturgia e fuori di essa. Per quanto riguarda i singoli giorni, si
riscontra tra l'uno e l'altro una stretta continuità e una chiara analogia. Il
racconto inizia con le parole: «In principio Dio creò il cielo e la terra», cioè tutto il mondo visibile, ma poi nella descrizione dei
singoli giorni ritorna sempre l'espressione: «Dio disse: Sia...», oppure un'espressione
analoga. Per la potenza di questa parola del Creatore: «fiat», «sia», sorge
gradatamente il mondo visibile: la terra è all'inizio, «informe e deserta»
(caos); in seguito, sotto l'azione della parola creatrice di Dio, essa diviene
idonea alla vita e si riempie di esseri viventi, le
piante e gli animali, in mezzo ai quali, alla fine, Dio crea l'uomo «a sua
immagine» (Gn 1,27).
3. Questo testo ha una portata
soprattutto religiosa e teologica. Non si possono cercare in esso
elementi significativi dal punto di vista delle scienze naturali. Le ricerche
sull'origine e sullo sviluppo delle singole specie «in natura» non trovano in
questa descrizione alcuna norma «vincolante», né apporti positivi
di interesse sostanziale. Anzi, con la verità circa la creazione del mondo
visibile - così come è presentata nel Libro della
Genesi - non contrasta, in linea di principio, la teoria dell'evoluzione
naturale, quando la si intenda in modo da non escludere la causalità divina.
4. Nel suo insieme l'immagine del
mondo si delinea sotto la penna dell'autore ispirato,
con le caratteristiche delle cosmogonie del
tempo, nella quale egli inserisce con assoluta originalità la verità circa la
creazione di ogni cosa ad opera dell'unico Dio: è questa la verità rivelata.
(...).
5. Questa descrizione, insieme con tutto ciò che la Sacra Scrittura dice in diversi luoghi
circa l'opera della creazione e circa Dio Creatore, ci permette di porre in
risalto alcuni elementi: 1) Dio ha creato il mondo da solo. La potenza
creatrice non è trasmissibile: «incommunicabilis»; 2)
Dio ha creato il mondo di propria volontà, senza alcuna costrizione esteriore
né obbligo interiore. Poteva creare e non creare; poteva
creare questo mondo o un altro; 3) Il mondo è stato creato da Dio nel tempo,
quindi esso non è eterno: ha un inizio nel tempo; 4) Il mondo creato da Dio è
costantemente mantenuto dal Creatore nell'esistenza. Questo «mantenere»
è, in un certo senso, un continuo creare («Conservatio
est continua creatio»).
7. Secondo i «Canones»
aggiunti a questo testo dottrinale, il Concilio Vaticano I ribadisce
le seguenti verità: 1) L'unico, vero Dio è Creatore e Signore «delle cose
visibili e invisibili» (DS 3021); 2) E' contro la fede l'affermazione che
esista soltanto la materia (materialismo) (DS 3022); 3) E' contro la fede
l'affermazione che Dio s'identifichi essenzialmente con il mondo (panteismo)
(DS 3023); 4) E' contro la fede sostenere che le creature, anche quelle
spirituali, sono una emanazione della sostanza divina, o affermare che l'Essere
divino col suo manifestarsi o evolversi diventi ogni cosa (DS 3024); 5) E'
contro la fede la concezione secondo cui Dio è l'essere universale ossia
indefinito che determinandosi costituisce l'universo distinto in generi, specie
e individui (DS 3024); 6) E' parimente contro la fede negare che il mondo e le
cose tutte in esso contenute, sia spirituali che materiali, secondo tutta la
loro sostanza sono state da Dio create dal nulla (DS 3025).
10. Giovanni Paolo II, Udienza
generale, La creazione è opera della
Trinità, Mercoledì 5 Marzo 1986
3. L'amore di Dio è
disinteressato: mira soltanto a che il bene venga all'esistenza, perduri e si
sviluppi secondo la dinamica che gli è propria. Dio
Creatore è Colui «che tutto opera efficacemente, conforme
alla sua volontà» (Ef 1,11). E tutta l'opera della creazione appartiene al piano della
salvezza, il misterioso progetto «nascosto da secoli nella mente di Dio,
creatore dell'Universo» (Ef 3,9). Mediante l'atto
della creazione del mondo, e in particolare dell'uomo, il piano della salvezza
inizia a realizzarsi. La creazione è opera della Sapienza che ama, come la
Sacra Scrittura ricorda a più riprese.
E'
chiaro quindi che la verità di fede sulla creazione si contrappone in modo
radicale alle teorie della filosofia materialistica, che vedono
il cosmo come risultato di una evoluzione della materia riconducibile a puro
caso e necessità.
11. Giovanni Paolo II, Udienza generale, mercoledì 16 aprile 1986
Nei tempi moderni una difficoltà particolare contro la dottrina rivelata circa la creazione dell'uomo, quale essere composto di anima e corpo, è stata sollevata dalla teoria dell'evoluzione. Molti cultori delle scienze naturali che, con metodi loro propri, studiano il problema dell'inizio della vita umana sulla terra, sostengono - contro altri loro colleghi - l'esistenza non soltanto di un legame dell'uomo con l'insieme della natura, ma anche la derivazione delle specie animali superiori. Questo problema, che sin dal secolo scorso, ha occupato gli scienziati, coinvolge vasti strati dell'opinione pubblica. La risposta del magistero è stata offerta dall'enciclica «Humani generis» di Pio XII nell'anno 1950. In essa leggiamo: «Il magistero della Chiesa non ha nulla in contrario a che la dottrina dell'«evoluzionismo», in quanto esso indaga circa l'origine del corpo umano derivante da una materia preesistente e viva - la fede cattolica infatti ci obbliga a tenere fermo che le anime sono state create immediatamente da Dio - sia oggetto di investigazione e discussione da parte degli esperti...» (DS 3896).
Si può dunque dire che, dal punto di vista della dottrina della fede, non si vedono difficoltà nello spiegare l'origine dell'uomo, in quanto corpo, mediante l'ipotesi dell'evoluzionismo. Bisogna tuttavia aggiungere che l'ipotesi propone soltanto una probabilità, non una certezza scientifica. La dottrina della fede invece afferma invariabilmente che l'anima spirituale dell'uomo è creata direttamente da Dio. E' cioè possibile secondo l'ipotesi accennata, che il corpo umano, seguendo l'ordine impresso dal Creatore nelle energie della vita, sia stato gradatamente preparato nelle forme di esseri viventi antecedenti. L'anima umana, però, da cui dipende in definitiva l'umanità dell'uomo, essendo spirituale, non può essere emersa dalla materia.
12. Giovanni Paolo II, Udienza
generale, mercoledì 1 ottobre 1986. Le conseguenze del peccato originale per
l'intera umanità
1. Il Concilio di Trento ha formulato
in un testo solenne la fede della Chiesa circa il peccato originale. Nella
precedente catechesi abbiamo considerato l'insegnamento conciliare relativo al
peccato personale dei progenitori. Ora vogliamo riflettere su quanto il
Concilio dice circa le conseguenze che quel peccato ha avuto per l'umanità. Al
riguardo, il testo del decreto tridentino fa una prima affermazione:
2. Il peccato di Adamo
è passato in tutti i suoi discendenti, cioè in tutti gli uomini in quanto
provenienti dai progenitori, e loro eredi nella natura umana, ormai privata
dell'amicizia con Dio.
Il decreto tridentino (cfr. DS 1512) lo afferma esplicitamente: il peccato di Adamo ha recato danno non solo a lui, ma a tutta la sua
discendenza. La santità e la giustizia originali, frutto della grazia
santificante, non sono state perse da Adamo solo per sé, ma anche «per noi» («nobis etiam»). Perciò
egli ha trasmesso a tutto il genere umano non solo la morte corporale e altre
pene (conseguenze del peccato), ma anche il peccato stesso come morte
dell'anima («Peccatum, quod
mors est animae»).
3. Qui il Concilio di Trento ricorre a un'osservazione di san Paolo nella Lettera ai Romani, alla
quale faceva riferimento già il Sinodo di Cartagine,
riprendendo peraltro un insegnamento ormai diffuso nella Chiesa. Nella
traduzione odierna il testo paolino suona così: «Come
a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la
morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno
peccato» (Rm 5,12). Nell'originale greco si legge: «eph'o pantes emarton»,
espressione che nell'antica Volgata latina era tradotta: «in quo omnes peccaverunt», «nel quale
(unico uomo) tutti hanno peccato»; tuttavia i greci, sin dall'inizio,
intendevano chiaramente ciò che la Volgata traduce «in quo» come un «perché» o
«in quanto», senso ormai accolto comunemente dalle
traduzioni moderne. Tuttavia questa diversità di interpretazioni
dell'espressione non muta la verità di fondo contenuta nel testo di san Paolo,
che cioè il peccato di Adamo (dei progenitori) ha avuto conseguenze per tutti
gli uomini. Del resto nello stesso capitolo della Lettera ai Romani l'Apostolo
scrive: «per la disobbedienza di uno solo tutti sono
stati costituiti peccatori». E nel versetto precedente: «per la colpa di uno
solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna» (Rm 5,19.18). San Paolo connette dunque la situazione di
peccato di tutta l'umanità con la colpa di Adamo.
4. Le affermazioni di san Paolo, or
ora citate e alle quali si è richiamato il magistero della Chiesa, illuminano
dunque la nostra fede sulle conseguenze che il peccato di Adamo
ha per tutti gli uomini. Da questo insegnamento
saranno sempre orientati gli esegeti e i teologi cattolici per valutare, con la
sapienza della fede, le spiegazioni che la scienza offre sulle origini
dell'umanità.
In particolare si manifestano valide e
stimolatrici di ulteriori ricerche a questo riguardo
le parole rivolte dal Papa Paolo VI a un simposio di teologi e scienziati: «E'
evidente che vi sembreranno inconciliabili con la genuina dottrina cattolica le spiegazioni che del peccato originale danno
alcuni autori moderni, i quali, partendo dal presupposto, che non è stato
dimostrato, del poligenismo, negano, più o meno chiaramente, che il peccato,
donde è derivata tanta colluvie di mali nell'umanità, sia stato anzitutto la
disobbedienza di Adamo "primo uomo", figura di quello futuro,
commessa all'inizio della storia».
5. Un'altra affermazione è contenuta
nel decreto tridentino: il peccato di Adamo passa in
tutti i discendenti, a causa della loro origine da lui, e non solo del cattivo esempio.
Il decreto afferma: «Questo peccato di Adamo, che per
origine è unico e trasmesso per propagazione non per imitazione, è presente in
tutti come proprio di ciascuno» (DS 1513). Dunque il peccato originale viene trasmesso per via di generazione naturale. Questa
convinzione della Chiesa è indicata anche dalla pratica del battesimo ai
neonati, alla quale si richiama il decreto conciliare. I neonati, incapaci di
commettere un peccato personale, tuttavia ricevono, secondo la secolare
tradizione della Chiesa, il battesimo poco dopo la nascita in remissione dei
peccati. Il decreto dice: «sono veracemente battezzati per la remissione dei
peccati, affinché sia mondato nella rigenerazione ciò che hanno contratto nella
generazione» (DS 1514).
In questo contesto
appare chiaro che il peccato originale in nessun discendente di Adamo possiede
il carattere di colpa personale. Esso è la privazione della grazia santificante
in una natura che, per colpa dei progenitori, è stata distorta dal suo fine
soprannaturale. E' un «peccato della natura», rapportabile solo analogicamente
al «peccato della persona». Nello stato di giustizia originale, prima del
peccato, la grazia santificante era come la «dote» soprannaturale della natura
umana. Nella «logica» interiore del peccato, che è rifiuto della volontà di
Dio, datore di questo dono, è contenuta la perdita di esso.
La grazia santificante ha cessato di costituire l'arricchimento soprannaturale
di quella natura, che i progenitori trasmisero a tutti
i loro discendenti nello stato in cui si trovava quando diedero inizio alle
generazioni umane. Perciò l'uomo viene concepito e
nasce senza la grazia santificante. Proprio questo «stato iniziale» dell'uomo,
legato alla sua origine, costituisce l'essenza del peccato originale come un'eredità
(«peccatum originale originatum»,
come si suol dire).
6. Non possiamo chiudere questa
catechesi senza ribadire quanto abbiamo affermato
all'inizio del presente ciclo: cioè che noi dobbiamo, considerare il peccato
originale in costante riferimento al mistero della redenzione operata da Gesù
Cristo, Figlio di Dio, il quale «per noi uomini e per la nostra salvezza... si
è fatto uomo». Questo articolo del Simbolo sulla
finalità salvifica dell'Incarnazione si riferisce principalmente e
fondamentalmente al peccato originale. Anche il decreto del Concilio di Trento
è interamente composto in riferimento a questa
finalità, inserendosi così nell'insegnamento di tutta la Tradizione, che trova
il suo punto di partenza nella Sacra Scrittura, e prima di tutto nel cosiddetto
«protoevangelo», cioè nella promessa di un futuro
vincitore di satana e liberatore dell'uomo, già fatta balenare nel Libro della
Genesi (3,15) e poi in tanti altri testi, fino all'espressione più piena di
questa verità che ci è data da san Paolo nella Lettera ai Romani. Secondo
l'Apostolo, infatti, Adamo è «figura di colui che
doveva venire» (Rm 5,14). «Se
infatti per la caduta di uno solo morirono tutti, molto più la grazia di
Dio e il dono concesso in grazia di un solo uomo Gesù Cristo, si sono riversate
in abbondanza su tutti gli uomini» (Rm 5,15).
«Similmente, come per la disobbedienza
di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori,
così anche per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5,19). «Come dunque per la colpa di uno solo si è
riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche
per l'opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la
giustificazione che dà vita» (Rm 5,18).
Il Concilio di Trento si riferisce
particolarmente al testo paolino della Lettera ai
Romani 5,12 come a cardine del suo insegnamento, vedendo affermata in esso l'universalità del peccato, ma anche l'universalità
della redenzione. Il Concilio si richiama anche alla pratica del battesimo dei
neonati, e lo fa a motivo dello stretto riferimento del peccato originale -
come universale eredità ricevuta con la natura dai progenitori - alla verità
dell'universale redenzione in Gesù Cristo.
13. Giovanni Paolo II, Lettera al P. Coyne, direttore
della Specola Vaticana in occasione del terzo centenario della
pubblicazione di Philosophiae Naturalis Principia Mathematica,
1 giugno 1988
"Come le antiche cosmologie del vicino
Oriente poterono essere purificate e assimilate
nei primi capitoli del Genesi, non potrebbe la cosmologia contemporanea avere
qualcosa da offrire alle nostre riflessioni sulla creazione? Può una
prospettiva evoluzionistica contribuire a far luce sulla teologia
antropologica, sul significato della persona umana come «imago Dei», sul problema della cristologia - e anche sullo
sviluppo della dottrina stessa? Quali sono, se ve ne sono, le implicazioni
escatologiche della cosmologia contemporanea,
specialmente alla luce dell'immenso futuro del nostro universo? Può il metodo
teologico avvantaggiarsi facendo proprie le intuizioni della metodologia
scientifica e della filosofia della scienza?
Si potrebbero fare molte altre domande di questo tipo. Ma per continuare
a proporne si richiederebbe quella specie di intenso dialogo con la scienza
contemporanea che, generalmente parlando, è mancato nei teologi impegnati
nella ricerca e nell'insegnamento. Ciò comporterebbe che almeno alcuni teologi
fossero sufficientemente competenti nelle scienze per poter fare un uso genuino
e creativo delle risorse offerte loro dalle teorie meglio affermate. Una tale
conoscenza li difenderebbe dalla tentazione di fare,
a scopo apologetico, un uso poco critico ed affrettato delle nuove teorie
cosmologiche come quella del «Big Bang». Così pure li
tratterrebbe dal non prendere affatto in considerazione il contributo che tali
teorie possono dare all'approfondimento della conoscenza nei campi tradizionali
della ricerca teologica.
14. Giovanni Paolo II, Ai Membri della
Pontificia Accademia delle Scienze riuniti in Assemblea Plenaria, 22 Ottobre
1996.
2. Sono lieto del primo tema che avete scelto, quello dell'origine della vita e dell'evoluzione, un tema fondamentale che interessa vivamente la Chiesa, in quanto la Rivelazione contiene, da parte sua, insegnamenti concernenti la natura e le origini dell'uomo. In che modo s'incontrano le conclusioni alle quali sono giunte le diverse discipline scientifiche e quelle contenute nel messaggio della Rivelazione? Se, a prima vista, può sembrare che vi siano apposizioni, in quale direzione bisogna muoversi per risolverle? Noi sappiamo in effetti che la verità non può contraddire la verità (cfr Leone XIII, Enciclica Providentissimus Deus). Inoltre, per chiarire meglio la verità storica, le vostre ricerche sui rapporti della Chiesa con la scienza fra il XVI e il XVIII secolo rivestono grande importanza. Nel corso di questa sessione plenaria, voi conducete una "riflessione sulla scienza agli albori del terzo millennio" e iniziate individuando i principali problemi generati dalle scienze, che hanno un'incidenza sul futuro dell'umanità. Attraverso il vostro cammino, voi costellate le vie di soluzioni che saranno benefiche per tutta la comunità umana. Nell'ambito della natura inanimata e animata, l'evoluzione della scienza e delle sue applicazioni fa sorgere interrogativi nuovi. La Chiesa potrà comprenderne ancora meglio l'importanza se ne conoscerà gli aspetti essenziali. In tal modo, conformemente alla sua missione specifica, essa potrà offrire criteri per discernere i comportamenti morali ai quali l'uomo è chiamato in vista della sua salvezza integrale.
3. Prima di proporvi qualche riflessione più specifica sul
tema dell'origine della vita e dell'evoluzione, desidero ricordare che il
Magistero della Chiesa si è già pronunciato su questi temi, nell'ambito della
propria competenza. Citerò qui due interventi. Nella sua Enciclica Humani generis (1950) il mio predecessore Pio
XII aveva già affermato che non vi era opposizione fra l'evoluzione e la
dottrina della fede sull'uomo e sulla sua vocazione, purché non si perdessero
di vista alcuni punti fermi (cfr AAS 42, 1950, pp.
575-576). Da parte mia, nel ricevere il 32 ottobre 1992 i partecipanti
all'Assemblea plenaria della vostra Accademia, ho avuto l'occasione, a
proposito di Galileo, di richiamare l'attenzione sulla necessità, per
l'interpretazione corretta della parola ispirata, di una ermeneutica
rigorosa. Occorre definire bene il senso proprio della Scrittura, scartando le
interpretazioni indotte che le fanno dire ciò che non è nelle sue intenzioni
dire. Per delimitare bene il campo del loro oggetto di
studio, l'esegeta e il teologo devono tenersi informati circa i risultati ai
quali conducono le scienze della natura (cfr AAS 85,
1993, pp. 764-772); Discorso alla Pontificia Commissione Biblica, 23 aprile
1993, che annunciava il documento su l'interpretazione della Bibbia nella
Chiesa; AAS 86, 1994, pp. 232-243).
4. Tenuto conto dello stato delle ricerche scientifiche a quell'epoca e anche delle esigenze proprie della teologia,
l'Enciclica Humani generis considerava la dottrina
dell'"evoluzionismo" un'ipotesi seria, degna di una ricerca e di una
riflessione approfondite al pari dell'ipotesi opposta.
Pio XII aggiungeva due condizioni di ordine
metodologico: che non si adottasse questa opinione come se si trattasse di una
dottrina certa e dimostrata e come se ci si potesse astrarre completamente
dalla Rivelazione riguardo alle questioni da essa sollevate. Enunciava anche la condizione necessaria
affinché questa opinione fosse compatibile con la fede
cristiana, punto sul quale ritornerò. Oggi, circa mezzo secolo dopo la
pubblicazione dell'Enciclica, nuove conoscenze conducono a non considerare più
la teoria dell'evoluzione una mera ipotesi. E degno di nota
il fatto che questa teoria si sia progressivamente imposta all'attenzione dei
ricercatori, a seguito di una serie di scoperte fatte nelle diverse discipline
del sapere. La convergenza non ricercata né provocata, dei risultati dei
lavori condotti indipendentemente gli uni dagli altri, costituisce di per sé un
argomento significativo a favore di questa teoria.
Qual è l'importanza di una simile teoria? Affrontare questa questione,
significa entrare nel campo dell'epistemologia. Una teoria è un'elaborazione metascientifica, distinta dai risultati dell'osservazione,
ma ad essi affine.
Grazie ad essa, un insieme di dati e di fatti
indipendenti fra loro possono essere collegati e interpretati in una
spiegazione unitiva. La teoria dimostra la sua
validità nella misura in cui è suscettibile di verifica; è costantemente
valutata a livello dei fatti; laddove non viene più
dimostrata dai fatti, manifesta i suoi limiti e la sua inadeguatezza. Deve allora
essere ripensata. Inoltre, l'elaborazione di una teoria come quella dell'evoluzione,
pur obbedendo all'esigenza di omogeneità rispetto ai
dati dell'osservazione, prende in prestito alcune nozioni dalla filosofia della
natura. A dire il vero, più che della teoria dell'evoluzione, conviene parlare
delle teorie dell'evoluzione. Questa pluralità deriva da un lato dalla
diversità delle spiegazione che sono state proposte
sul meccanismo dell'evoluzione e dall'altro dalle diverse filosofie alle quali
si fa riferimento. Esistono pertanto letture materialiste e riduttive e letture
spiritualistiche. Il giudizio è qui di competenza propria della filosofia e,
ancora oltre, della teologia.
5. Il Magistero della Chiesa è direttamente interessato
alla questione dell'evoluzione, poiché questa concerne la concezione dell'uomo,
del quale la Rivelazione ci dice che è stato creato a
immagine e somiglianza di Dio (cfr Gn 1, 28-29). La Costituzione conciliare Gaudium et spes ha magnificamente esposto questa dottrina, che è
uno degli assi del pensiero cristiano. Essa ha ricordato che l'uomo è "la
sola creatura che Dio abbia voluto per se stesso" (n. 24). In altri
termini, l'individuo umano non deve essere subordinato come un puro mezzo o
come un mero strumento né alla specie né alla società; egli ha valore per se
stesso. E una persona. Grazie alla sua intelligenza e
alla sua volontà, è capace di entrare in rapporto di comunione, di solidarietà
e di dono di sé con i suoi simili. San Tommaso osserva che la somiglianza
dell'uomo con Dio risiede soprattutto nella sua intelligenza speculativa, in quanto il suo rapporto con l'oggetto della sua conoscenza
è simile al rapporto che Dio intrattiene con la sua opera (Summa theologica, I-II, q. 3, a. 5, ad 1). L'uomo è inoltre chiamato a
entrare in un rapporto di conoscenza e di amore con Dio stesso, rapporto che
avrà il suo pieno sviluppo al di là del tempo, nell'eternità. Nel mistero di
Cristo risorto ci vengono rivelate tutta la profondità
e tutta la grandezza di questa vocazione (cfr Gaudium et spes, n. 22). E in virtù della sua
anima spirituale che la persona possiede, anche nel corpo, una tale diginità. Pio XII aveva sottolineato
questo punto essenziale: se il corpo umano ha la sua origine nella materia viva
che esisteva prima di esso, l'anima spirituale è immediatamente creata da Dio
("animas enim a Deo
immediate creari catholica fides nos retinere
iubet", Enciclica Humani generis, AAS 42, 1950, p.575). Di
conseguenza, le teorie dell'evoluzione che, in funzione delle filosofie che le
ispirano, considerano lo spirito come emergente dalle forze della materia viva
o come un semplice epifenomeno di questa materia, sono incompatibili con la
verità dell'uomo. Esse sono inoltre incapaci di fondare la dignità della
persona.
6. Con l'uomo ci troviamo dunque dinanzi a
una differenza di ordine ontologico, dinanzi a un salto ontologico, potremmo
dire. Tuttavia proporre una tale discontinuità ontologica non significa opporsi
a quella continuità fisica che sembra essere il filo conduttore delle ricerche
sull'evoluzione dal piano della fisica e della chimica? La considerazione del
metodo utilizzato nei diversi ordini del sapere consente di conciliare due
punti di vista apparentemente inconciliabili. Le scienze dell'osservazione
descrivono e valutano con sempre maggiore precisione le molteplici
manifestazioni della vita e le iscrivono nella linea del tempo. Il momento del
passaggio all'ambito spirituale non è oggetto di un'osservazione di questo
tipo, che comunque può rivelare, a livello sperimentale
una serie di segni molto preziosi della specificità dell'essere umano.
L'esperienza del sapere metafisico, della coscienza di sé e della propria
riflessività, della coscienza morale, della libertà e anche l'esperienza
estetica e religiosa, sono però di competenza dell'analisi e della riflessione
filosofiche, mentre la teologia ne coglie il senso ultimo secondo il disegno
del Creatore.